bilanciaLa mancata diagnosi in tempo di una malattia mortale priva il paziente del diritto a operare le sue “scelte ultime”, col conseguente diritto di ottenere il risarcimento del danno consistente nella “perdita di un ventaglio di opzioni, con le quali affrontare la prospettiva della fine ormai prossima”. Ad affermarlo è la Cassazione che spiega come non si tratta in tal caso solo della scelta se procedere o meno con un piano terapeutico, oppure se optare per cure palliative, ma proprio del fatto di “vivere le ultime fasi della propria vita nella cosciente e consapevole accettazione della sofferenza e del dolore fisico in attesa della fine”. Nel caso di specie, si trattava del caso di una donna operata per un tumore di cui per errore era stata accertata la natura benigna, che di li a pochi mesi l’aveva condotta al decesso. Per i giudici di merito non vi era alcuna prova che la ritardata diagnosi del carcinoma avesse compromesso le chance di guarigione della paziente; per i giudici di legittimità, invece, qui rileva “l’autodeterminazione del soggetto chiamato alla più intensa (ed emotivamente pregnante) prova della vita, qual è il confronto con la realtà della fine.

Cassazione civile sez. III, 15/04/2019, n.10424.

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