libroSecondo una recente sentenza della Cassazione, rientra nei poteri del giudice delegato, a norma degli art. 25, comma 1, n. 8, e 92 ss. legge fall., provvedere alla determinazione dell’equo compenso per l’uso della cosa, ai sensi dell’art. 1526, comma 1, cod. civ., ove il creditore richieda tale credito con domanda di ammissione allo stato passivo fallimentare

I fatti

Viene proposto ricorso, sulla base di tre motivi, contro il decreto del Tribunale, che aveva respinto l’opposizione avverso lo stato passivo del fallimento, proposta dalla creditrice, volta al riconoscimento del credito derivante da un contratto di locazione finanziaria concluso tra le parti e risolto, per inadempimento del conduttore.

Ha ritenuto il giudice del merito che nulla fosse dovuto alla banca, perchè il contratto aveva natura di leasing finanziario traslativo, con necessità dunque di applicare l’art. 72-quater L. Fall., ma solo allorchè il bene sarà rivenduto a terzi; mentre il fatto che il credito derivi da contratto autonomo di garanzia resta irrilevante, essendo abusiva la richiesta di trattenere sia il bene, sia il suo controvalore e dovendo ritenersi illecito l’art. 17 delle condizioni generali di contratto, il quale permette tale cumulo.

Resiste con controricorso la procedura.

Con il primo motivo, la ricorrente deduce la violazione o la falsa applicazione dell’art. 72-quater L. Fall., oltre all’omessa motivazione su punto decisivo della controversia, in quanto il credito fatto valere deriva da contratto autonomo di garanzia con pagamento a semplice richiesta e furono domandati i canoni anteriori alla risoluzione, rimasti insoluti, onde non avrebbe potuto il tribunale subordinare il diritto alla restituzione del bene alla circostanza della sua rivendita a terzi, previsione limitata alla domanda di pagamento dei canoni successivi alla risoluzione del contratto.

Con il secondo motivo, la ricorrente censura la violazione e la falsa applicazione dell’art. 1526 cod. civ., oltre all’omessa motivazione su punto decisivo, perchè, pur ammesso trattarsi nella specie di leasing traslativo, era diritto della concedente ottenere, accanto all’equo compenso per l’avvenuto godimento (riconosciuto dal giudice delegato), anche il risarcimento del danno (per il deprezzamento del bene ed il mancato guadagno), quest’ultimo pattuito all’art. 17 delle c.g.c., mentre il tribunale ha omesso ogni motivazione sul punto.

Con il terzo motivo, deduce la nullità del decreto, perchè il diritto soggettivo all’equo compenso non poteva essere determinato dal giudice delegato al fallimento, essendo al riguardo competente il giudice nel processo ordinario di cognizione.

Il primo ed il secondo motivo, che possono essere trattati congiuntamente in quanto strettamente connessi, sono inammissibili.

Il decreto impugnato ha affermato come “non può seriamente sostenersi che il contratto autonomo di garanzia sia un quid del tutto avulso rispetto al contratto che è destinato a garantire; nel caso di specie si è a fronte di una richiesta totalmente abusiva, in quanto effettuata nella consapevolezza della impossibilità di avere sia il bene che il suo controvalore insieme, con un risultato che eccederebbe di molto il giusto risultato economico di un leasing che va a buon fine. Si aggiunga quindi che l’art. 17 condizioni generali di contratto è assolutamente contra legem, in quanto porta al risultato paradossale di considerare lecita in caso di inadempimento di contratto una utilità più che doppia rispetto alla conclusione fisiologica del contratto, ovverosia la pattuita remunerazione del capitale con in aggiunta il bene da cui si era partiti”, qualificando altresì tali “clausole assolutamente illecite in quanto contrarie a norme imperative”, perchè contenente di fatto un interesse usurario (p. 4).

In tal modo, il tribunale ha ragionato come se fosse stata sollevata l’exceptio doli dal garante ed ha, altresì, valutato la sua fondatezza, giudicando la pretesa “abusiva”; nel contempo, ha proceduto a qualificare come illecita la penale pattuita all’art. 17 delle condizioni generali di contratto.

Tali rationes decidendi, idonee di per sè a sostenere la decisione, non sono state validamente contrastate.

Ed invero, la ricorrente si è limitata, nel primo motivo, ad insistere di avere chiesto unicamente i canoni scaduti ed a ribadire la qualificazione del contratto di garanzia come autonomo (circostanze dal tribunale già positivamente accertate), ma non ha speso neppure una parola per smentire la ritenuta abusività della pretesa della concedente; e, nel secondo motivo, a riportare delle massime sul diritto al risarcimento del danno a norma dell’art. 1526 cod. civ. ed a quantificare i danni patiti per il deprezzamento dell’immobile, senza censurare l’affermazione relativa alla inefficacia di tale clausola perchè contraria a norma imperativa.

Nè la motivazione del tribunale al riguardo può dirsi mancante, trattandosi di decreto che, seppure succintamente, ha assunto una decisione che di certo è stata motivata.

Resta, di conseguenza, assorbita la questione, pure posta dal motivo, circa l’applicabilità alla fattispecie dell’art. 72-quater L. Fall..

Il terzo motivo è infondato.

Il giudice delegato prima, ed il tribunale in sede di opposizione poi, hanno ritenuto rientrare nella propria competenza la liquidazione dell’equo compenso al concedente il leasing dopo la risoluzione del rapporto, in applicazione dell’art. 1526 cod. civ.. Nessuna regola di competenza, in tal modo, è stata violata.

Nel caso di specie, la concedente ha chiesto al giudice delegato l’ammissione al passivo fallimentare con riguardo ai crediti scaturenti dal contratto, comprendenti i canoni già scaduti sino alla risoluzione, quelli sino alla riconsegna del bene, nonchè, appunto, l’equo compenso per l’uso della cosa, ai sensi dell’art. 1526 cod. civ., comma 1. A fronte di tale domanda, la competenza del giudice delegato sicuramente sussiste, rientrando nei suoi compiti e poteri, a norma dell’art. 25, comma 1, n. 8, e artt. 92 e ss. L. Fall., quello di procedere all’accertamento dei crediti e dei diritti reali e personali vantati dai terzi; del resto, è quanto ritenuto, in modo pacifico, da una pluralità di decisioni di legittimità (ad es. Cass. 15 settembre 2017, n. 21476; Cass. 9 febbraio 2016, n. 2538).

Va, dunque, enunciato il seguente principio di diritto:

“Rientra nei poteri del giudice delegato, a norma degli art. 25, comma 1, n. 8, e artt. 92 e ss. L. Fall., provvedere alla determinazione dell’equo compenso per l’uso della cosa, ai sensi dell’art. 1526 cod. civ., comma 1, ove il creditore richieda tale credito con domanda di ammissione allo stato passivo fallimentare”.

Cassazione civile, sez. I, 16/05/2018,  n. 11962

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