libroRitardi più disagi vari per una coppia di nonni con i nipotini sul treno. Per la Cassazione però, c’è solo il diritto ad ottenere poco più di 7 euro per i viaggiatori, cioè la metà del prezzo di ciascun biglietto.

Infatti, sostengono i giudici che in tema di risarcimento del danno non patrimoniale non sono meritevoli di tutela risarcitoria, invocata a titolo di danno esistenziale, i pregiudizi consistenti in disagi, fastidi, disappunti, ansie e ogni altro tipo di insoddisfazione concernenti gli aspetti più disparati della vita quotidiana, poiché ogni persona inserita nel complesso sociale deve accettare, in virtù del dovere di convivenza, un grado minimo di tolleranza.

I fatti

Dalla sentenza risultava che, i signori avevano convenuto in giudizio la compagnia di trasporto deducendo che: a) unitamente ai due nipotini (rispettivamente di 6 e di 9 anni), si erano recati in stazione per acquistare i titoli di viaggio, di andata e ritorno b) il treno era giunto a destinazione con oltre 5 ore di ritardo, in quanto, a causa di un primo guasto, era partito con più di due ore di ritardo; e, poi aveva subito una nuova sosta, dovuta ad un ulteriore guasto, che aveva coinvolto anche l’impianto elettrico e quello di riscaldamento; c) durante il tempo occorrente per le riparazioni, erano rimasti in attesa, in uno stato di abbandono, al buio e al freddo; e, per difetto di tempestiva comunicazione e per difetto di assistenza, non avevano potuto effettuare il trasbordo su altro treno che stava per entrare in banchina e che aveva la medesima destinazione. Tanto dedotto in fatto, gli attori avevano chiesto che la compagnia di trasporto fosse dichiarata inadempiente e quindi condannata al risarcimento di tutti i danni patiti.

Il Giudice di Pace, accertato “il parziale inadempimento” relativamente al contratto di trasporto concluso con gli attori, aveva condannato la società al pagamento di una somma, in favore di ciascuno dei due attori, a titolo di risarcimento del danno (somma che veniva versata dalla società in esecuzione della sentenza).

Il Tribunale riformava la pronuncia e condannava i signori alla restituzione della somma percepita in esecuzione della sentenza di primo grado. Avverso la sentenza del Tribunale hanno proposto ricorso i signori articolando un unico motivo. Ha resistito la convenuta con controricorso nel quale ha articolato ricorso incidentale, affidato a due motivi.

Il ricorso principale ed il ricorso incidentale sono entrambi infondati.

Nel primo motivo di ricorso incidentale la società denuncia, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione dell’art. 1680 c.c., della L. n. 911 del 1935, degli artt. 1227 e 1175 c.c., nonchè dell’art. 112 c.p.c..

Secondo la compagnia di trasporto, il Tribunale: a) avrebbe dovuto ritenere applicabile la L. n. 911 del 1935, al contratto di trasporto ferroviario per cui è processo e, quindi, non avrebbe dovuto ritenere che essa società, per invocare il caso fortuito o la forza maggiore, doveva provare l’adeguata manutenzione del mezzo di trasporto; b) non aveva considerato che, alla luce della disciplina posta dalla legge n. 911/1935, non era ravvisabile nella specie alcun danno patrimoniale risarcibile, avendo i signori comunque usufruito del servizio di trasporto; e che comunque l’esecuzione della prestazione di trasporto era stata ostacolata dagli stessi attori che non avevano effettuato il cambio di treno; c) avrebbe dovuto dichiarare la nullità della sentenza del giudice di primo grado per mancata corrispondenza tra il chiesto ed il pronunciato.

Il motivo è infondato.

Contrariamente a quanto dedotto, il Tribunale, quale giudice di appello, ha correttamente respinto l’eccezione di nullità della sentenza impugnata per difetto di corrispondenza tra il chiesto ed il pronunciato, sul presupposto che la domanda dei coniugi era tesa al risarcimento di qualsiasi danno “o ogni altro danno ravvisabile”, per cui nell’ampia dizione rientrava indubbiamente il danno patrimoniale.

Il Giudice di appello, con decisione immune da vizi giuridici, ha ritenuto che al caso in esame sono applicabili i principi generali dettati dagli artt. 1218 e 1681 c.c., (che, per l’appunto, in caso di inadempimento, legittimano il passeggero a richiedere il risarcimento del danno), in quanto il contratto di trasporto è un negozio giuridico di natura sinallagmatica a prestazioni corrispettive e detto contratto si perfeziona, per il viaggiatore, nel momento in cui acquista il biglietto, mentre per il vettore, nel momento in cui giunge a destinazione.

La decisione del Tribunale è immune da vizi giuridici anche nella parte in cui, confermando la sentenza di primo grado, ha ritenuto che: da un lato, incombe al vettore l’obbligo di un’adeguata manutenzione del mezzo di trasporto e nella specie (accertamento, questo, di merito, insindacabile in sede di legittimità) non era risultato provato che la causa del ritardo (guasto al locomotore) fosse riconducibile al fortuito o alla forza maggiore; e, dall’altro, il pacifico grave ritardo di oltre cinque ore, con il quale gli odierni ricorrenti erano giunti a destinazione, integrava un caso di inesatto adempimento contrattuale da parte della società e legittimava una riduzione del prezzo del biglietto, nella misura ritenuta equa del 50%.

Nel ricorso principale, concernente il quantum risarcitorio, i signori denunciano, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3., violazione e falsa applicazione degli artt. 1281,1681,2059,2727 e 2729 c.c..

Secondo i ricorrenti, il Tribunale ha errato nella parte in cui, pur ritenendo l’inadempimento della società convenuta, in ciò confermando la sentenza di primo grado, ha condannato la società, riformando in ciò la sentenza di primo grado, esclusivamente al pagamento del 50% del prezzo del biglietto ferroviario, non riconoscendo nulla a titolo di risarcimento del danno non patrimoniale (che invece era stato riconosciuto dal giudice di primo grado).

In punto di quantum, i ricorrenti deducono: danno alla salute, per l’influenza e lo stato febbrile, riportato in conseguenza del freddo e dello stress; nonchè perturbamento psichico, derivante dall’essere rimasti al freddo e al gelo per ore senza avere informazioni e senza alcuna assistenza, in vagoni privi di impianto di riscaldamento; il tutto aggravato dalla necessità di accudire due minori. Ed insistono sul fatto che il danno non patrimoniale da essi subito era stato grave, in quanto l’inadempimento aveva inciso sul loro diritto di viaggiare in treno in condizioni umane e sul loro diritto alla salute, cioè su valori protetti non solo dalla normativa costituzionale (art. 16 e 32), ma anche dalla normativa Europea (art. 18 Regolamento CE n. 1371/2007 del Parlamento Europeo).

Il motivo non è fondato. Il Tribunale, riformando la sentenza di primo grado, ha diversamente liquidato il danno, in quanto:

a) ha escluso la sussistenza di un danno non patrimoniale ed ha conseguentemente condannato i signori alla restituzione in favore della società della somma percepita a tale titolo.

b) ha contenuto il danno patrimoniale in Euro 7,38 per ciascun attore (in considerazione del fatto che: il prezzo di ciascun biglietto per gli adulti ammontava ad Euro 14,75 e che tale somma andava ridotta nella misura del 50%, in quanto la società aveva adempiuto, sia pure non esattamente la propria prestazione; e, dall’altro, del fatto che nulla poteva essere riconosciuto per i biglietti dei due ragazzi, pari complessivi Euro 20, in quanto attori nel giudizio di primo grado erano stati soltanto i due coniugi) ed ha conseguentemente condannato i coniugi alla restituzione in favore della società, ciascuno, a titolo di danno patrimoniale, della somma percepita a tale titolo.

Contrariamente a quanto deducono i ricorrenti, la decisione del Tribunale ha fatto buon governo dei principi affermati dalle Sezioni Unite di questa Corte ormai da un decennio (sent. n. 26972/2008) ed è, pertanto, è esente da emenda.

Invero, le Sezioni Unite, con detta citata sentenza, hanno statuito che, in virtù di una lettura costituzionalmente orientata dell’art. 2059 c.c., unica norma disciplinante il risarcimento del danno non patrimoniale, la tutela risarcitoria è data, oltre che nei casi determinati dalla legge, solo nel caso di grave e seria violazione di specifici diritti inviolabili della persona.

E, per quanto nella specie rileva, hanno precisato che “sono palesemente non meritevoli di tutela risarcitoria, invocata a titolo di danno esistenziale, i pregiudizi consistenti in disagi, fastidi, disappunti, ansie ed ogni altro tipo di insoddisfazione concernenti gli aspetti più disparati della vita quotidiana che ciascuno conduce nel contesto sociale” e che ogni persona, inserita nel complesso sociale, deve accettare, in virtù del dovere di convivenza, “un grado minimo di tolleranza”.

La successiva giurisprudenza di legittimità (cfr. Sez. 3, Sentenza n. 9312 del 08/05/2015, Rv. 635316 – 01) ha altresì precisato che, in materia di responsabilità dell’amministrazione ferroviaria, il danno alla persona del viaggiatore da ritardi o interruzioni è risarcibile – in deroga all’art. 1681 cod. civ. (ed in forza di quanto previsto dal precedente art. 1680) – alle condizioni stabilite dal R.D.L. 11 ottobre 1934, n. 1948, art. 11, paragrafo quarto, convertito nella L. 4 aprile 1935, n. 911, norma ancora oggi applicabile in forza di quanto stabilito dal D.L. 22 dicembre 2008, n. 200, art. 3, comma 1 bis, lett. e), convertito in L. 18 febbraio 2009, n. 9, e dal D.Lgs. 1 dicembre 2009, n. 179. Con la conseguenza che il risarcimento – limitato al danno derivato al viaggiatore dal ritardo, dalla soppressione del treno, da mancata coincidenza o da interruzioni del servizio – deve avvenire alle condizioni previste dal medesimo R.D.L. n. 1948 del 1934, artt. 9 e 101, e, dunque, mediante diritto di valersi di un treno successivo per l’effettuazione o la prosecuzione del viaggio o attraverso il rimborso del prezzo corrisposto.

Nel caso di specie, facendo buon governo dei principi che precedono, il giudice di appello ha ritenuto che il pregiudizio esistenziale, lamentato dagli attori, era sì risultato provato, ma non aveva superato “quella soglia di sufficiente gravità e compromissione del o dei diritti lesi, individuata in via interpretativa, dalle Sezioni Unite del 2008, quale limita imprescindibile al risarcimento del danno non patrimoniale”. E, in particolare, ha ritenuto che dal certificato di medico 9 gennaio 2009 si evinceva soltanto che la signora era stata affetta da sindrome di raffreddamento con tosse, ma non anche la gravità della lesione e neppure il fatto che la sindrome fosse conseguenza immediata e diretta del lamentato subito disservizio.

La decisione che precede, in quanto conforme alla giurisprudenza di questa Corte, è insindacabile nella presente sede di legittimità.

Il ricorso principale ed il ricorso incidentale vanno entrambi rigettati.

Cassazione civile, sez. III, 04/05/2018,  n. 10596

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