bilanciaNel caso in cui il contraente abbia stipulato due polizze, a copertura del medesimo rischio di assicurazione contro l’invalidità permanente da malattia, in assenza di un collegamento negoziale tra le due polizze o di previsioni specifiche sulla loro cumulabilità, si è in presenza di due assicurazioni relative al medesimo rischio con quantificazione predeterminata del danno e conseguente operatività del principio indennitario, in virtù del quale l’indennizzo non può mai eccedere il danno effettivamente patito. Danno che corrisponde all’importo più ampio indicato da l’una delle due polizze.

I fatti

Un signore e una società citavano dinanzi al Tribunale una compagnia di assicurazioni per sentirla condannare al pagamento dell’importo costituente la somma assicurata, per il rischio invalidità permanente da malattia, con una polizza sottoscritta anni prima dalla società, avente come beneficiario appunto il signore.

Il Tribunale, accertata l’operatività della polizza, condannava la società convenuta alla corresponsione in favore degli eredi del signore, deceduto in corso di causa, della somma pari alla differenza tra la somma assicurata con la polizza in questione e la somma già riscossa in virtù di altra polizza sottoscritta precedentemente, a copertura sempre del rischio di invalidità permanente da malattia.

Avverso tale sentenza proponevano appello i beneficiari lamentando l’erroneità della decisione di primo grado sia nella parte in cui aveva escluso rilevanza all’art. 34 del contratto assicurativo (il quale, vietando espressamente il cumulo tra polizze infortuni e polizze malattie, doveva essere inteso, secondo gli appellanti, nel senso che la compagnia aveva deciso di assumere il rischio di entrambe le polizze, in quanto relative al solo rischio malattia), sia nella parte in cui aveva ritenuto applicabile alla fattispecie l’art. 1910 c.c., che regola il diverso caso in cui il medesimo rischio sia assicurato presso più assicuratori e non l’ipotesi, come quella di specie, di due polizze, relative al medesimo rischio, stipulate con la stessa compagnia assicurativa. Deduceva altresì che la sentenza impugnata aveva errato nel definire l’ammontare del danno, in quanto l’assicurazione contro gli infortuni, alla quale è assimilabile quella per invalidità permanente da malattia, non sarebbe equiparabile alla assicurazione contro i danni.

La Corte di appello respingeva il gravame. Avverso tale decisione proponeva ricorso una delle beneficiarie sulla base di quattro motivi.

Con il primo motivo la ricorrente sostiene che nè la Corte di appello nè il giudice di primo grado avrebbero “spiegato perchè non ritenevano condivisibili le argomentazioni svolte” dalla parte appellante circa la valutazione del “bene assicurato”, (ossia di un bene il cui valore, avendo ad oggetto vicende relative alla persona, secondo la tesi difensiva non sarebbe stato oggettivamente determinabile) e, conseguentemente, non avrebbero neppure spiegato “perchè il danno patito dal signore in seguito alla malattia che poi ne ha determinato la morte, debba essere valutato in soli Euro ….”

La censura è inammissibile, atteso che non concerne l’omesso esame di un fatto storico, da intendersi principale o secondario, bensì la omessa valutazione di deduzioni difensive, la quale, tuttavia, non è inquadrabile nel paradigma dell’art. 360 c.p.c., n. 5, come riformulato dal D.L. n. 83 del 2012, art. 54, conv., con modif., dalla L. n. 134 del 2012 (Cass., sez. 2, 14/06/2017, n. 14802, Rv. 644485 – 01).

Peraltro, la medesima censura di omesso esame di un fatto decisivo, prospettata con riferimento alla mancata considerazione di quanto dedotto dagli odierni ricorrenti circa l’assenza di criteri oggettivi per la valutazione di un indennizzo qual è quello di cui si discorre, è altresì infondata, posto che la sentenza d’appello, sia pure stringatamente, tiene conto di tali deduzioni laddove precisa che “l’art. 1910 c.c. è applicabile all’assicurazione infortuni o a quella facoltativa contro le malattie, assimilabile a quella contro gli infortuni, in quanto in essa è anche possibile fissare un valore massimo assicurabile e quindi i commi terzo e quarto sono compatibili con la liquidazione preventiva del danno tipica di tale forma di assicurazione”.

Con il secondo motivo la parte ricorrente lamenta la “violazione dell’art. 360, n. 3, per violazione e falsa applicazione dell’art. 1905 c.c.”, perchè la asserita assenza di una effettiva quantificazione del danno farebbe venir meno il presupposto per l’applicabilità delle norme di diritto richiamate in sentenza. Sostiene, inoltre, che la Corte d’appello avrebbe ravvisato un caso di sovrassicurazione ritenendo che il secondo contratto moltiplicasse il risarcimento del “bene assicurato” (i.e.: il valore economico derivante dall’efficienza fisica dell’assicurato in relazione alla sua capacità lavorativa), senza però tener conto che la prima polizza poteva anche prevedere un indennizzo minore rispetto al valore del “bene assicurato” e che solo successivamente contraente e compagnia assicurativa avevano ritenuto, nell’ambito della libertà contrattuale, di adeguarlo.

Con il terzo motivo la parte ricorrente lamenta la “violazione dell’art. 360, n. 3, per violazione e falsa applicazione dell’art. 1909 c.c.” perchè, in assenza di una “pronuncia” che escludesse la possibilità di valutare in una cifra maggiore il danno conseguente all’invalidità permanente del signore, la norma in questione non avrebbe potuto essere applicata nella fattispecie, nella quale, peraltro, neppure sarebbe configurabile il dolo da parte dell’assicurato. Inoltre, l’art. 1909 c.c. non conterebbe alcun divieto di adeguare una polizza ad incrementi di valore del bene assicurato.

Con il quarto motivo la parte ricorrente lamenta la “violazione dell’art. 360, n. 3, per violazione e falsa applicazione dell’art. 1910 c.c.”, in quanto, anche in questo caso, avrebbe dovuto essere prima risolto il problema della corrispondenza dell’indennizzo richiesto all’effettivo danno patito e, comunque, nella fattispecie non sussisterebbe alcuno dei presupposti previsti dalla norma citata, vale a dire nè la pluralità di assicuratori, nè la volontà speculativa, nè il dolo dell’assicurato. Inoltre, secondo la tesi prospetta dalla parte ricorrente, l’art. 1910 c.c. sarebbe inapplicabile nel caso in esame alla luce dell’arresto delle Sezioni Unite che ha escluso l’applicabilità di tale norma in caso di assicurazione infortuni con esiti mortali (Cass. S.U., 10/4/2002, n. 5119, Rv. 553633 -01), ipotesi ritenuta in ricorso “del tutto analoga alla situazione del signore”. Sostiene altresì la parte ricorrente che l’assicurazione contro il rischio della invalidità permanente da malattia, a differenza dell’assicurazione contro gli infortuni, non potrebbe essere considerata alla stregua dell’assicurazione contro i danni (con conseguente applicabilità dell’art. 1910 c.c.), atteso che nella prima non potrebbe operare il diritto di surrogazione dell’assicuratore previsto dall’art. 1916 c.c., comma 4, in quanto nel caso della malattia non potrebbe esserci alcun “terzo responsabile” contro il quale agire.

Il secondo, terzo e quarto motivo – che possono essere trattati congiuntamente in ragione della loro connessione, tendendo tutti ad escludere, sia pure sotto diversi profili, l’applicabilità delle norme dettate in materia di assicurazione contro i danni alla polizza concernente il rischio di invalidità da malattia – sono infondati.

La sentenza impugnata, dopo aver corretto la motivazione della sentenza di primo grado precisando che nella specie non si configurava l’ipotesi di una pluralità di assicurazioni presso diversi assicuratori (in quanto la stessa compagnia assicuratrice era subentrata in due contratti stipulati in tempi diversi), afferma che “tali puntualizzazioni non spostano di per sè il ragionamento effettuato dal giudice di primo grado in quanto il principio c.d. indennitario, di ordine pubblico, è previsto dall’art. 1910 c.c. per il caso di pluralità di assicurazioni presso diversi assicuratori ma, nell’ipotesi di assicurazioni parziali presso lo stesso assicuratore, è previsto anche dall’art. 1909 c.c. con la conseguente invalidità delle assicurazioni successive che determinano dolosamente una sopra assicurazione…..”.

Tale sentenza, dunque, non ritiene specificamente applicabile nel caso in esame l’una o l’altra norma, ma si limita ad osservare che sia l’art. 1910 c.c. che l’art. 1909 c.c. sono governati dal c.d. principio indennitario, giungendo quindi a concluder che “pertanto il principio affermato dal giudice di primo grado ha natura di ordine pubblico, già previsto in una prima formulazione dall’art. 1905 c.c., e caratterizza tutte le assicurazioni contro i danni al fine di evitare che il sinistro apporti un vantaggio economico all’assicurato costituendo un incentivo al prodursi di fatti dannosi alla pubblica economia; la limitazione del risarcimento all’ammontare del danno effettivamente sofferto dall’assicurato costituisce pertanto un principio di ordine pubblico inderogabile dalla volontà delle parti”.

L’assicurazione contro la malattia rientra nell’ambito dell’assicurazione contro i danni, la quale, come altresì precisato dalle stesse Sezioni Unite “non è solo assicurazione di cose o patrimoni, ma è suscettiva di ricomprendere anche i danni subiti dalla persona dell’assicurato per effetto di infortunio, così caratterizzandosi (anche) come assicurazione di persone”.

L’invalidità da malattia, dunque, in quanto evento dannoso da indennizzare, va ricondotto al ramo “danni” e ricade nell’ambito di applicazione del principio indennitario.

E’ appena il caso di precisare che, contrariamente a quanto sostenuto dalla parte ricorrente, non rileva nel caso in esame la circostanza che l’assicurato, gravemente invalido, sia poi deceduto proprio a causa della stessa malattia dalla quale era derivata quell’invalidità: la polizza di cui è causa, infatti, copriva esclusivamente il rischio da “invalidità” conseguente a malattia, e non anche il rischio “morte”.

All’applicazione del principio indennitario nel caso di assicurazione dell’invalidità da malattia non osta la natura del “bene assicurato” e la conseguente difficoltà di accertarne l’effettivo valore, atteso che, nel caso di invalidità da malattia (o infortunio), la misura dell’indennizzo è predeterminata dalla polizza, ciò costituendo una modalità di quantificazione delle conseguenze dannose che è prevista anche in materia di assicurazione contro i danni (in relazione alla quale il principio indennitario è espressamente sancito), mediante la c.d. polizza stimata (art. 1908 c.c.).

Si tratta di una valutazione e quantificazione monetaria predeterminata a discrezione dell’assicurato in relazione alla sua specifica situazione, a fronte della quale l’assicuratore è libero di non accettare la proposta, che il contraente deve tenere ferma per quindici giorni ex art. 1887 c.c. proprio per dar modo all’assicuratore di valutare il rischio: in tali ipotesi la valutazione del rischio è indubbiamente più difficoltosa di quella concernente l’apprezzamento del valore di una cosa, ma, osservano ancora le Sezioni Unite del 2002, pur sempre possibile anche in relazione al rischio che una malattia (così come un infortunio) può determinare, nel patrimonio o nella persona, al soggetto che stipula una assicurazione contro tale rischio.

Nel caso in esame, il valore monetario del danno è stato convenzionalmente predeterminato nelle due polizze in favore dell’assicurato.

Ciò posto, in assenza di un collegamento negoziale tra le due polizze esplicitato nel testo negoziale, ovvero di una qualsivoglia previsione in ordine alla loro cumulabilità o, ancora, di una espressa qualificazione della seconda polizza siccome volta a coprire un rischio “suppletivo” rispetto a quello già coperto dalla prima, correttamente la sentenza impugnata ha ritenuto che si versi in una ipotesi di esistenza di due assicurazioni relative al medesimo rischio, con quantificazione predeterminata del danno e conseguente operatività del principio indennitario, in virtù del quale l’indennizzo non può mai eccedere il danno effettivamente patito; tale danno, nella specie, per quanto sopra precisato, corrisponde necessariamente all’importo più ampio indicato nella seconda polizza.

Nè rileva in proposito l’esame dell’art. 34 del contratto assicurativo di cui è causa, atteso che tale clausola, invocata in primo grado dalla difesa delle odierne ricorrenti per sostenere una presunta cumulabilità delle due polizze e ritenuta non dirimente dal Tribunale (con una motivazione non modificata sul punto dalla sentenza impugnata), non è stata oggetto di alcuna censura in questa sede.

In ogni caso, una volta ricondotta al ramo danni l’assicurazione per il rischio invalidità da malattia, per la quale è assente una disciplina specifica, tale assicurazione resta soggetta alla disciplina prevista per quel ramo assicurativo in quanto compatibile, a nulla rilevando l’inapplicabilità di una singola disposizione.

Con specifico riferimento alla surrogazione dell’assicuratore, va osservato che essa non interferisce in alcun modo con il problema dell’esistenza del danno, e quindi col principio indennitario. Invero, abbia o non abbia l’assicuratore la possibilità di esercitare il diritto alla surroga, resta fermo il richiamato principio, in forza del quale non può essere risarcito il danno inesistente ab origine o non più esistente. Orbene, il danno indennizzato in forza di una polizza è un danno che ha cessato di esistere, dal punto di vista giuridico, dal momento in cui l’assicurato ha percepito l’indennizzo e fino all’ammontare di quest’ultimo, con la conseguenza che il relativo importo dovrà essere scomputato dall’indennizzo, convenzionalmente predeterminato in misura maggiore, dovuto in forza di una altra polizza stipulata per il medesimo rischio.

In conclusione, risultano infondate tutte le censure prospettate dalla parte ricorrente circa la riconducibilità della polizza in discorso al ramo danni, alla sua soggezione al principio indennitario, alla asserita incertezza in ordine alla quantificazione del valore del bene assicurato, nonchè alla dedotta “possibilità” che la seconda polizza costituisse un “aggiornamento” della prima “svincolato” da qualsiasi riferimento al principio indennitario.

Il ricorso deve pertanto essere rigettato.

Cassazione civile, sez. III, 04/05/2018,  n. 10602