libroLa finalità di controllo dei movimenti di denaro in contanti al di sopra di un dato importo viene perseguita con una disciplina avente carattere general-preventivo, posta al fine di predisporre una difesa avanzata in relazione a rilevanti movimentazioni in contanti, le quali, per la spiccata attitudine ad eludere la tracciabilità dei passaggi, si prestano ad una vasta congerie di finalità illecite, senza che rilevi la circostanza che, in concreto, il fine perseguito non sia risultato illecito, potendo, per contro, costituire la illiceità del fine motivo d’ulteriori rimproveri, a seconda dei casi, di natura amministrativa, tributaria o penale.

I fatti

La Corte d’appello rigettava l’impugnazione proposta da due persone avverso la sentenza del Tribunale della stessa città, la quale aveva rigettato l’opposizione dai predetti avanzata avverso le ordinanze ingiunzioni del Ministero dell’Economia e delle Finanze con le quali era stato loro contestata la violazione del D.L. n. 143 del 1991, art. 1, comma 1, convertito nella L. n. 197 del 1991, per avere effettuato transazioni finanziarie in contanti oltre il limite consentito (il primo, secondo la Corte d’appello, dopo aver, in più riprese, prelevato dal proprio conto corrente una somma di denaro, che consegnava interamente al secondo, il quale lo versava sul proprio conto e, indi, emetteva assegni circolari di pari ammontare in favore di una terza persona, in relazione ad una compravendita conclusa tra quest’ultima e il primo soggetto);

Il ricorso è manifestamente destituito di giuridico fondamento per le ragioni di cui appresso:

a) con le prime due censure, fra loro correlate, il ricorrente assume che il denaro prelevato dal primo soggetto dal proprio conto corrente e da quello intestato alla moglie (sul quale poteva operare per delega) era stato utilizzato per l’acquisto del complesso immobiliare di proprietà della venditrice e che “tutti i passaggi del suddetto denaro sono chiari: il Sig. ha prelevato il denaro, lo ha semplicemente e meramente consegnato al secondo soggetto per svolgere un preciso compito ed attività: richiedere l’emissione di assegni circolari non trasferibili intestati a favore della parte venditrice”; che la figura dell’illecito non era rimasta integrata, essendo servita la provvista quale mezzo per consentire al mandatario di dare esecuzione al mandato, tanto che tutta l’operazione si era conclusa al massimo in un giorno; che la parte venditrice aveva dichiarato di non aver ricevuto somme in contanti, ciò significando che era stata pagata in assegni e non v’era stato trasferimento di denaro contante tra i due;
b) aveva errato la Corte nel reputare che la previsione sanzionatoria prescindesse dall’accertata natura illecita dell’operazione, stante che il fine della legge consisteva nel prevenire il riciclaggio, siccome reso evidente dalla premessa di cui al decreto legge di cui s’è detto;
c) con il terzo motivo, anch’esso denunziante violazione o falsa applicazione della  n. 689 del 1981, deducendosi che l’illecito amministrativo si caratterizza per la sua “connotazione punitiva” e deve essere regolato dai principi valevoli per il diritto penale, dovendosi ritenere la buona fede, sulla base delle emergenze istruttorie, l’ipotesi sanzionatoria non avrebbe potuto configurarsi;
d) la prospettazione secondo la quale nel caso in cui risulti escluso (peraltro una tale conclusione costituisce un mero assioma congetturale del ricorrente, sostenuto da un ricostruzione fattuale non autosufficiente, quantomeno contorta e farraginosa) il doloso fine di far luogo ad una operazione di riciclaggio debba escludersi l’integrazione della violazione amministrativa è destituita di giuridico fondamento, dovendosi affermare opposto principio nei termini seguenti: la finalità di controllo dei movimenti di denaro in contanti al di sopra di un dato importo viene perseguita dalla legislazione di cui in discorso con una disciplina avente carattere general-preventivo, posta al fine di predisporre una difesa avanzata in relazione a rilevanti movimentazioni in contanti, le quali, per la spiccata attitudine ad eludere la tracciabilità dei passaggi, si prestano ad una vasta congerie di finalità illecite, senza che rilevi la circostanza che, in concreto, il fine perseguito non sia risultato illecito, potendo, per contro, costituire la illiceità del fine motivo d’ulteriori rimproveri, a seconda dei casi, di natura amministrativa, tributaria o penale;
e) anche a non voler tener conto dell’irriducibile genericità del terzo motivo, il quale non si perita d’indicare la norma rimasta asseritamente violata, devesi riaffermare che la prova dell’incolpevolezza (giammai dell’ignoranza legis) è a carico dell’incolpato (cfr. Sez. L. n. 19242 del 2002; S.U. n. 20930/2009; Sez. 2 n. 18751/2016), non potendosi mutuare le regole valevoli per il diritto penale per le violazioni amministrative; considerato che spese legali debbono seguire la soccombenza e possono liquidarsi siccome in dispositivo in favore del Ministero controricorrente, tenuto conto del valore e della causa, nonchè delle attività espletate.
La Corte rigetta dunque il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento, in favore del Ministero controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, oltre spese prenotate a debito.

Cassazione civile, sez. VI, 26/04/2018,  n. 10147