libroAllorché al momento della formazione del titolo esecutivo giudiziale nei confronti dell’erede, per un debito del “de cuius”, non fossero ancora decorsi i termini per il compimento dell’inventario da parte del chiamato all’eredità, il quale abbia dichiarato di accettare con beneficio, la limitazione della responsabilità dell’erede per i debiti entro il valore dei beni a lui pervenuti, ex art. 490 c.c., in quanto effetto del beneficio medesimo subordinato per legge alla preesistenza o alla tempestiva sopravvenienza dell’inventario stesso, può essere utilmente eccepita dinanzi al giudice dell’esecuzione ed a quello dell’opposizione, trattandosi di fatto successivo alla definitività del titolo.

I fatti

Una società bancaria, sulla base di un decreto ingiuntivo pronunciato dal Tribunale, intimava atti di precetto ad una signora, quale avente causa, per effetto di successione legittima, del marito. L’intimata proponeva opposizione, deducendo di non essere debitrice della somma ingiuntale, atteso che aveva accettato l’eredità del marito con beneficio di inventario e che i beni erano stati rilasciati ai creditori.

Il Tribunale, quale giudice dell’opposizione, dichiarava la nullità del precetto e condannava la creditrice al rimborso delle spese di lite ed al risarcimento dei danni ex art. 96 c.p.c., osservando come il termine per l’opposizione al decreto ingiuntivo fosse scaduto prima del perfezionamento dell’inventario nonchè dell’avvenuto rilascio dei beni ereditari.

La Corte d’Appello accolse il gravame della Banca soltanto in relazione alla condanna per responsabilità aggravata ex art. 96 c.p.c., ritenendo che la Banca si fosse limitata a sostenere in giudizio, in una situazione “tra l’altro alquanto complessa”, ragioni poi valutate infondate dal giudice adito.

La Corte d’Appello affermò di condividere il ragionamento che aveva portato il Tribunale alla dichiarazione di nullità sia del precetto che del successivo pignoramento, rilevando che la signora aveva accettato l’eredità del marito, con beneficio di inventario, e che le operazioni di redazione di inventario (anche a seguito di proroga concessa dal Tribunale) erano terminate, con successiva designazione del curatore incaricato di procedere alla liquidazione dell’eredità rilasciata ai creditori ed ai legatari. Essendo stato emesso, su domanda della Banca Popolare, il decreto ingiuntivo nei confronti della signora, nella qualità di erede del defunto coniuge, poi portato in esecuzione, alla scadenza del termine per proporre la relativa opposizione ex art. 641 c.p.c. non era stata ultimata la redazione dell’inventario, formalità costituente un elemento della fattispecie a formazione progressiva di accettazione con beneficio di inventario, sicchè la limitazione di responsabilità scaturente dal beneficio in questione ben poteva essere fatta valere in sede di opposizione all’esecuzione.

La Banca ha formulato ricorso avverso tale sentenza sulla base di due motivi. La signora ha resistito con controricorso e proposto ricorso incidentale articolato in unica censura.

Il primo motivo del ricorso della Banca lamenta la violazione e falsa applicazione degli artt. 459,470,484 e 487 c.c., nonchè dei “principi generali in tema di acquisto della qualità di erede con beneficio di inventario e di accettazione tacita dell’eredità”.

Il secondo motivo di ricorso deduce la violazione dell’art. 2909 c.c. “in tema dei limiti dei fatti opponibili al giudicato”.

Evidenziano le due censure del ricorso principale, che per la loro connessione possono essere esaminate congiuntamente, come il decreto ingiuntivo fosse stato emesso allorquando la signora aveva già dichiarato di accettare con beneficio di inventario e come il medesimo provvedimento monitorio, una volta notificato, fosse divenuto definitivo, per la scadenza del termine previsto per l’opposizione, prima che fossero state completate le operazioni di inventario. La ricorrente principale sostiene così che la signora aveva ormai definitivamente acquistato la qualità di erede ed era perciò subentrata nei debiti del de cuius, senza che su questo potesse incidere la mancata redazione o il non tempestivo completamento dell’inventario. Di tal che, la limitazione di responsabilità, che sarebbe derivata dal perfezionamento della fattispecie a formazione progressiva costituita dall’accettazione con beneficio di inventario, avrebbe dovuto essere fatta valere già in sede di opposizione a decreto ingiuntivo. Il giudicato altrimenti formatosi a seguito della mancata opposizione al provvedimento monitorio precludeva, ad avviso della ricorrente principale, che la detta limitazione di responsabilità potesse essere fatta valere in sede di opposizione all’esecuzione.

I primi due motivi del ricorso principale sono da respingere.

Deve essere ribadito l’orientamento della Corte secondo cui, disponendo che “l’accettazione col beneficio d’inventario si fa mediante dichiarazione… ” e che questa “deve essere preceduta o seguita dall’inventario”, l’art. 484 c.c. chiaramente delinea una fattispecie a formazione progressiva, per la cui realizzazione i due adempimenti sono entrambi indispensabili, come suoi elementi costitutivi. Dunque la dichiarazione di accettazione, ha ex se una propria immediata efficacia, comportando il definitivo acquisto della qualità di erede da parte del chiamato e quindi il suo subentro in universum ius defuncti, compresi i debiti del de cuius, senza però incidere sulla limitazione della relativa responsabilità intra vires hereditatis, la quale è condizionata (anche) alla preesistenza o alla tempestiva sopravvenienza dell’inventario, mancando il quale l’accettante “è considerato erede puro e semplice” (artt. 485,487 e 488 c.c.), come se non avesse conseguito il beneficio ab initio. D’altra parte, l’intempestivo compimento dell’inventario, se non nella eccezionale previsione dell’art. 489 c.c. (che però concerne unicamente la speciale disciplina stabilita per gli incapaci) non è inserito dall’ordinamento tra le ipotesi di decadenza dal beneficio (artt. 493,494 e 505 c.c., tutte riferite ad altre condotte dell’erede attinenti alla fase della liquidazione e quindi necessariamente successive alla redazione dell’inventario), e ciò conferma che tale formalità ha natura di elemento costitutivo della fattispecie.

Va allora considerata la parallela costante interpretazione giurisprudenziale, ad avviso della quale l’accettazione dell’eredità con beneficio d’inventario, determinando la limitazione della responsabilità dell’erede per i debiti del “de cuius” entro il valore dei beni a lui pervenuti, va eccepita nel giudizio di cognizione promosso dal creditore del defunto che faccia valere per intero la sua pretesa, in modo da contenere quantitativamente l’estensione e gli effetti dell’invocata pronuncia giudiziale; ne consegue che, ove non sia stata proposta la relativa eccezione nel processo di cognizione (nè tale fatto sia stato rilevato d’ufficio dal giudice: Cass. Sez. U, 07/05/2013, n. 10531), la qualità di erede con beneficio d’inventario e la correlata limitazione della responsabilità non sono deducibili per la prima volta in sede esecutiva, coprendo il giudicato tanto il dedotto quanto il deducibile.

Vale tuttavia il più generale principio in forza del quale il titolo esecutivo giudiziale (nella specie, decreto ingiuntivo dichiarato esecutivo perchè non opposto) copre i soli fatti estintivi, modificativi o impeditivi del credito intervenuti anteriormente alla formazione del titolo, non potendo essere rimesso in discussione dinanzi al giudice dell’esecuzione ed a quello dell’opposizione per fatti anteriori alla sua definitività. Ciò significa che, qualora a base di una qualunque azione esecutiva sia posto un titolo esecutivo giudiziale, il giudice dell’esecuzione non può effettuare alcun controllo intrinseco sul titolo, diretto cioè ad invalidarne l’efficacia in base ad eccezioni o difese che andavano dedotte nel giudizio nel cui corso è stato pronunziato il titolo medesimo, potendo solo controllare la persistente validità di quest’ultimo ed attribuire rilevanza ai fatti posteriori alla sua formazione (Cass. Sez. L, 14/02/2013, n. 3667; Cass. Sez. L, 21/04/2004, n. 7637).

Ne consegue che allorchè al momento della formazione del titolo esecutivo giudiziale nei confronti dell’erede per un debito del cuius (nella specie, al momento della conseguita esecutorietà del decreto ingiuntivo per mancata opposizione nel termine) non fossero ancora decorsi i termini per il compimento dell’inventario da parte del chiamato all’eredità, il quale abbia dichiarato di accettare col beneficio, la limitazione della responsabilità dell’erede per i debiti entro il valore dei beni a lui pervenuti, ex art. 490 c.c., in quanto effetto del beneficio medesimo subordinato per legge alla preesistenza o alla tempestiva sopravvenienza dell’inventario stesso, può essere utilmente eccepita dinanzi al giudice dell’esecuzione ed a quello dell’opposizione, trattandosi di fatto successivo alla definitività del titolo.

L’unico motivo del ricorso incidentale della signora deduce la violazione e falsa applicazione dell’art. 96 c.p.c., per avere la Corte d’Appello escluso la temerarietà dell’azione esecutiva promossa dalla Banca, la quale provvide a notificare atto di precetto pur sapendo che fosse stata ormai conclamata la responsabilità dell’intimata intra vires hereditatis.

Anche tale censura è sprovvista di fondamento. La sentenza impugnata ha correttamente all’uopo evidenziato come non potesse dirsi accertata la mala fede o colpa grave della parte precettante soltanto per aver essa agito in via esecutiva facendo valere una pretesa rivelatasi infondata “in una situazione tra l’altro alquanto complessa”.

L’accertamento della responsabilità processuale aggravata della parte precettante, ai sensi dell’art. 96 c.p.c., per aver intimato il pagamento di somme che sapeva essere non dovute, è, del resto, devoluto al giudice dell’opposizione, il quale, nel compiere il relativo accertamento, deve valutare, come nella specie riscontrabile, alla stregua della mala fede o dell’ordinaria diligenza la condotta tenuta dal creditore nel giudizio di esecuzione, rimanendo detto accertamento incensurabile in sede di legittimità se non nei limiti dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, (arg. da Cass. Sez. 3, 16/04/2013, n. 9152).

Conseguono il rigetto del ricorso principale e del ricorso incidentale.

Cassazione civile, sez. II, 12/04/2018,  n. 9099

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