bilanciaL‘illeggibilità della firma non incide sulla validità del negozio per difetto della forma scritta ‘ad substantiam’, ma determina la necessità di accertare l’identità dell’autore per verificarne – sulla base degli elementi ricavabili dal medesimo atto (intestazione, ufficio di provenienza, esercizio di determinate funzioni) – la legittimazione al negozio.

I fatti

La società ricorrente contestava l’effettiva attribuzione al legale rappresentante di un’altra società la sigla apposta su un documento contrattuale. La Corte riteneva che dalla c.t.u. espletata si potevano desumere sufficienti ed idonei riscontri per ritenere inequivoco l’appartenenza al legale rappresentante del segno grafico e della sigla della ditta della società che comparivano scritti sul contratto, anche per attestare che tali segni costituivano manifestazione di volontà. Pertanto, erano da ritenersi confermata la conclusione del contratto e provata la veridicità e riferibilità al legale rappresentante della società.

Avverso la suddetta sentenza proponeva ricorso per cassazione l’altra società.

Con il primo motivo di censura la ricorrente ha inteso confutare la correttezza del ragionamento logico-giuridico compiuto dalla Corte nell’impugnata sentenza, sostenendo che la stessa aveva apprezzato in maniera confusa, travisandole, le risultanze della relazione del c.t.u., il quale nel rispondere al quesito assegnatogli, aveva concluso che “la sottoscrizione in verifica è composta dalla dicitura dell’azienda intersecata da ampio paraffo di sottolineatura che non corrisponde alle sigle/firme del legale rappresentante, benchè tale scritturazione, oggetto di causa, possa riferirsi al grafismo autografo dello stesso”. Di conseguenza, alla stregua dello stesso elaborato tecnico e in senso asseritamente contrario a quanto ritenuto dal giudice di appello, la ricorrente ha inteso addurre la circostanza che dei due grafismi esaminati solo uno era sicuramente riconducibile al legale rappresentante, ovvero la sigla della ditta riportata a mano, e non invece anche il c.d. paraffo di sottolineatura, donde avrebbe dovuto considerarsi erronea secondo l’assunto della stessa difesa della ricorrente – la valutazione operata dalla Corte di appello che, discostandosi dalle conclusioni raggiunte dal c.t.u., aveva invece rilevato che, in calce al documento prodotto, emergeva “un paraffo inglobante la dicitura dell’azienda” “vergati entrambi unitariamente e di pugno dello stesso legale rappresentante”, onde ambedue i segni grafici in verificazione avrebbero dovuto ritenersi riconducibili al legale rappresentante della stessa società, giungendo a tale conclusione – ha dedotto sempre la ricorrente senza, tuttavia, spiegare adeguatamente le fonti del proprio convincimento.

Con il secondo motivo la società ricorrente ha prospettato – con riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, – la violazione dell’art. 214 c.p.c., e art. 2702 c.c., sul presupposto che la Corte di appello di Milano non aveva, nella sentenza oggetto di ricorso, fatto buon governo dei principi che disciplinano l’efficacia probatoria delle scritture private e la loro opponibilità, dal momento che lo stesso giudice, pur avendo dichiaratamente dubitato che il paraffo costituisse propriamente una sottoscrizione del legale rappresentante, aveva, tuttavia, incongruamente concluso che entrambi i segni grafici (e, quindi, anche la sigla di sottoscrizione, ritenuta dal c.t.u. non riferibile allo stesso) fossero, ambedue, attestativi della volontà manifestata dal medesimo legale rappresentante di essa società ricorrente.

Osserva il collegio che i motivi sono esaminabili congiuntamente perchè intimamente connessi, afferendo alla stessa questione giuridica sotto le due diverse angolazioni del vizio di motivazione (evidenziandosi che, nella fattispecie, è applicabile la precedente versione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, – poi modificata dal quella introdotta dal D.L. n. 83 del 2012, art. 54, comma 1, lett. b), conv., con modif., dalla L. n. 134 del 2012 -, siccome la sentenza impugnata risulta pubblicata prima dell’11 settembre 2012 e, specificamente, il 13 luglio 2012) e della violazione di legge.

Essi sono infondati e devono, pertanto, essere rigettati per le ragioni che seguono.

Occorre, in primo luogo, osservare che, nel caso di specie, la sigla abbreviata (denominata dalle parti e dai giudici di merito “paraffo”, quale equivalente terminologico di “forma sintetica e – spesso – illeggibile di sottoscrizione con cui si firma o ratifica un documento”) con la quale risulta sottoscritto il contestato documento contrattuale (che deve, comunque, essere pur sempre autografa per la validità della scrittura cui essa afferisce) per come si evince anche dal contenuto specifico (ed autosufficiente) del ricorso e dagli stessi accertamenti fattuali compiuti dalla Corte di appello emerge come sovrapposta (nella proposta d’ordine dedotta in controversia, qualificata come contratto) alla dicitura dell’azienda, pure vergata a mano.

Ciò posto, per quanto desumibile dalle conclusioni della relazione del c.t.u. (sulle quali la Corte territoriale ha fondato adeguatamente il suo motivato convincimento), nella fattispecie è stato desunto che mentre il grafismo consistente nell’apposizione della dicitura manoscritta era sicuramente riconducibile al legale rappresentante, la sigla abbreviata di sottolineatura non era risultata corrispondente alle sigle o firme tipiche dello stesso.

Tuttavia, focalizzando meglio quest’ultima risultanza, il giudice di appello ha evidenziato che, in effetti, il c.t.u. ebbe ad operare – quanto alla sigla della firma in forma abbreviata – una valutazione di mera non corrispondenza della stessa alla sottoscrizione usuale, ma non di apocrificità della medesima, risultando specificato che la relativa scritturazione – e, quindi, anche il grafismo ricollegabile alla sigla sovrascritta all’indicazione della ditta della società – era comunque da riferirsi al grafismo autografo del legale rappresentante.

Quindi, contrariamente a quanto prospettato dalla ricorrente, deve escludersi che la Corte di appello abbia – nella impugnata sentenza – travisato le valutazioni e le relative conclusioni del c.t.u. (con riguardo al prospettato vizio motivazionale) e sia incorsa nella dedotta violazione di legge, dovendo, invero, il documento contestato qualificarsi come scrittura privata riconducibile al legale rappresentante della società, al quale è stata attribuita la scritturazione complessiva e, quindi, anche l’autografia dell’apposta sottoscrizione nella forma della sigla sintetica (denominata “paraffo”, sovrapposta alla denominazione della ditta della società, pure vergata a mano), ancorchè non perfettamente decifrabile e del tutto leggibile.

Tale sigla – accertata, comunque, come riconducibile alla mano deve, dunque, qualificarsi, sul piano dell’efficacia giuridica, come equipollente alla firma per esteso.

A tale scopo, infatti, la giurisprudenza di questa Corte ha già condivisibilmente sottolineato che non è necessaria la piena intelligibilità della sottoscrizione del contraente, essendo valida anche la firma abbreviata o la sigla, purchè essa sia dotata di un’individualità grafica che non ne consente l’automatica riproducibilità, e consenta invece di attribuirla ad una determinata persona, evidenziandone la volontà di rendersene autore, agendo sia in proprio sia nella qualità di rappresentante di un altro soggetto, senza, peraltro, obbligo di aggiungere questa specificazione (cfr. Cass. Sez. U. n. 4746/1979; Cass. n. 12656/1991; Cass. n. 696/2002 e Cass. n. 3261/2009).

In tal senso, quindi, la Corte di appello ha dato sufficientemente conto come dalla relazione della c.t.u. calligrafica fosse emerso che in calce al documento prodotto appariva “un paraffo inglobante la dicitura della società” vergati entrambi unitariamente e di pugno della stessa persona, così esprimendo il suo giustificato e logico convincimento nel rilevare che erano stati acquisiti idonei riscontri probatori per ravvisare l’inequivocità del collegamento al legale rappresentante della società sia del segno grafico (denominato “paraffo”) che dell’indicazione della ditta societaria pure manoscritta, onde poter desumere dagli stessi la manifestazione esteriore della riconducibilità della volontà negoziale trasfusa nel contestato documento allo stesso legale rappresentante della predetta società.

Cassazione civile, sez. II, 19/03/2018,  n. 6753

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