bilanciaPoiché l’ufficio dell’esecutore testamentario è finalizzato all’esatta esecuzione delle disposizioni di ultima volontà del defunto (ex art. 703 c.c.) è evidente che tra le azioni autonomamente esperibili da tale soggetto non possono ritenersi comprese quelle volte all’impugnativa di atti negoziali con i quali il defunto abbia disposto in vita dei propri beni.

 

I fatti

Con atto di citazione, l’esecutore testamentario, erede pro quota del padre, cittadino tedesco, conveniva dinanzi al Tribunale di Napoli per sentir dichiarare la nullità, ai sensi del codice civile tedesco, della scrittura privata sottoscritta tra il genitore e la sorella dell’attore, in virtù della quale il primo cedeva alla convenuta la quota di sua proprietà pari al 50% dell’intero di una proprietà immobiliare sita in Italia di cui il medesimo era comproprietario unitamente alla moglie. L’attore deduceva che, essendo il regime patrimoniale tra i coniugi, entrambi cittadini tedeschi, regolato dalla legge tedesca, per gli stessi esisteva un divieto assoluto di alienazione, che impediva l’acquisto da parte di un terzo e lo rendeva privo di efficacia giuridica. Sosteneva, inoltre, che, al momento della stipula del contratto, le facoltà intellettive del padre erano a tal punto compromesse, da far ritenere lo stesso venditore del tutto incapace di intendere e di voler.

Il Tribunale accoglieva la domanda e, per l’effetto, annullava l’atto di cessione, condannando la convenuta al rilascio dell’immobile in favore dell’attore, nella sua qualità di esecutore testamentario.

Avverso la predetta decisione proponevano appello principale la convenuta e appello incidentale l’attore.

La Corte di Appello, in accoglimento dell’appello principale ed in riforma della sentenza di primo grado, dichiarava inammissibili, per carenza di legittimazione attiva, tutte le domande proposte dall’attore nella dedotta qualità di esecutore testamentario, rigettando il gravame incidentale. La Corte territoriale rilevava che l’azione proposta dall’attore non rientrava tra quelle relative all’esecuzione dell’ufficio di esecutore testamentario (art. 703 c.c.), per le quali è riconosciuta a quest’ultimo la legittimazione ad agire.

Per la cassazione di tale sentenza ha proposto ricorso l’appellato sulla base di due motivi. Questa Corte rigettava il ricorso, condannando il ricorrente al rimborso delle spese.

Quanto al primo motivo con il quale il ricorrente lamentava violazione di norme di diritto, per la mancata applicazione dell’art. 46, delle norme di diritto internazionale privato e dell’art. 703 c.c., osservava la Corte che, poichè la legittimazione ad agire costituisce un istituto di diritto processuale, la relativa questione deve essere decisa in base alla legge italiana, ai sensi della citata L. n. 218 del 1995, art. 12, il quale dispone che “il processo civile che si svolge in Italia è regolato dalla legge italiana” (in termini v. Cass. 4-11-2005 n. 21395; Cass. 8-1-2013 n. 220).

Nella specie, la Corte di Appello, facendo sostanzialmente applicazione di tale principio, aveva proceduto alla verifica della legittimazione attiva del ricorrente, nella dedotta veste di esecutore testamentario, alla stregua della disciplina dettata dall’ordinamento italiano, che, all’art. 704 c.c., riconosce all’esecutore testamentario un’autonoma legittimazione alla proposizione delle sole azioni relative all’esercizio del suo ufficio.

Poichè l’ufficio dell’esecutore testamentario è finalizzato all’esatta esecuzione delle disposizioni di ultima volontà del defunto (art. 703 c.c.), è evidente che tra le azioni autonomamente esperibili da tale soggetto non possono ritenersi comprese quelle volte all’impugnativa di atti negoziali con i quali il defunto abbia disposto in vita dei propri beni.

Ma alla stessa conclusione doveva pervenirsi anche facendo riferimento alla disciplina prevista dall’ordinamento tedesco per l’esecutore testamentario. Nessuna norma abilita l’esecutore testamentario a promuovere azioni relative a beni dei quali il de cuius abbia disposto in vita e che, come tali, non essendo ricompresi nell’asse ereditario, sono sottratti alla sua amministrazione.

Dovendosi, quindi, negare la legittimazione ad causam dell’attore, nella dichiarata veste di esecutore testamentario, in relazione alla domanda proposta, il motivo andava rigettato, con conseguente assorbimento del secondo motivo, con il quale il ricorrente denunciava l’errata applicazione dell’art. 4 della convenzione di Roma del 1980, e vizi di motivazione, per avere la Corte di Appello ritenuto applicabile al contratto oggetto di controversia esclusivamente il diritto italiano.

Per la revocazione di tale sentenza ha proposto ricorso l’appellato sulla base di due motivi, cui l’intimata ha resistito con controricorso.

Il primo motivo di ricorso denunzia la commissione di un errore di fatto revocatorio, in quanto la sentenza impugnata avrebbe ritenuto inesistente la qualità di erede pro quota in capo al ricorrente, in aggiunta a quella di esecutore testamentario.

Si evidenzia che la prima qualità emergeva pacificamente dalla sentenza della Corte Suprema della Baviera, ed era del tutto pacifica in quanto riconosciuta anche dalla controparte.

Inoltre, era stata richiamata nell’atto introduttivo del giudizio e nella comparsa di risposta in appello, ragion per cui questa Corte non poteva prescindere anche dalla spendita di tale qualità, che a differenza di quella di esecutore testamentario, sicuramente lo abilitava a proporre l’impugnativa dell’atto oggetto di causa.

Il motivo è manifestamente infondato.

Ed, invero, se è indubbio che l’attore abbia inizialmente speso anche la qualità di coerede del de cuius, va osservato che la sentenza della Corte d’Appello, nell’accogliere il gravame della controricorrente, ebbe a limitare la sua valutazione alla sola azione proposta nella qualità di esecutore testamentario, soffermandosi in occasione della disamina del terzo motivo di appello, unicamente sulla questione concernente la legittimazione ad agire dell’attore quale esecutore testamentario del padre.

Con i motivi di ricorso in cassazione, l’attore ebbe a denunziare, con il primo, l’errata applicazione dell’art. 46 della legge n. 218/1995, ma sempre in ragione di un’errata applicazione della previsione di cui all’art. 703 c.c., in tema di poteri dell’esecutore testamentario, e con il secondo, l’erronea applicazione dell’art. 4 della L. n. 218 del 1995, ed il vizio di motivazione, in relazione all’individuazione della normativa applicabile al contratto, ma sul presupposto della fondatezza del primo motivo di ricorso.

Risulta quindi evidente che già la Corte d’Appello ebbe a limitare la disamina della domanda attorea a quella esclusivamente legata alla spendita della qualità di esecutore testamentario, sicchè l’omessa considerazione del fatto che il ricorrente aveva agito anche quale coerede costituiva un vizio della decisione di appello che andava denunziato mediante la proposizione di uno specifico motivo.

In assenza quindi di una censura sul punto, correttamente questa Corte ha limitato il proprio sindacato alla sola sussistenza della legittimazione a proporre l’impugnativa del contratto oggetto di causa da parte dell’esecutore testamentario, dovendosi quindi escludere la denunziata ricorrenza di un errore revocatorio.

Il rigetto del primo motivo di revocazione implica poi l’assorbimento del secondo motivo volto a denunziare l’errore di fatto consistito nel non avere comunque tenuto conto della nullità del contratto in quanto sottoscritto dal de cuius in epoca successiva, poichè affetto da assoluta incapacità di intendere e di volere.

A tal fine si deduce che secondo il diritto tedesco, il contratto concluso dall’incapace naturale non è annullabile ma nullo, e che la condizione di incapacità del defunto in epoca anteriore a quella cui risaliva il contratto impugnato, emergeva pacificamente dagli atti di causa, sicchè la Corte di Cassazione avrebbe comunque dovuto rilevare la nullità della vendita in favore della convenuta.

Tuttavia la conferma della correttezza del riscontro del difetto di legittimazione ad agire in capo all’esecutore testamentario, quale conseguenza del rigetto del primo motivo, e la preclusione, per la mancata censura della sentenza d’appello, a poter spendere in questa sede la diversa qualità di coerede, preclude la stessa possibilità di una disamina nel merito della validità del contratto, impedendo quindi anche che il giudice adito possa effettuare l’eventuale rilievo d’ufficio della nullità del contratto ex art. 1421 c.c., dovendosi quindi escludere la ricorrenza di un errore revocatorio come denunziato dal ricorrente, potendosi al più configurare un, peraltro non sussistente, errore di diritto.

Il ricorso deve pertanto essere dichiarato inammissibile.

Cassazione civile, sez. VI, 06/03/2018,  n. 5329

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