libroAi sensi dell’art. 156, comma 2, c.c., ai fini della quantificazione dell’assegno di mantenimento in sede di separazione personale dei coniugi, il giudice può determinare la sua entità in relazione sia al reddito sia alle c.d. ‘circostanze‘. Con tale termine ci si riferisce a quegli elementi fattuali apprezzabili in termini economici non determinabili aprioristicamente, ma capaci tuttavia di influenzare il reddito di una delle parti e la cui valutazione non necessita l’accertamento nel loro esatto ammontare, essendo sufficiente una loro ricostruzione affidabile e verosimile.

I fatti

Nel giudizio di determinazione dell’assegno di mantenimento in sede di separazione personale di due coniugi, il giudice di primo grado respingeva, per quel che rileva nel caso di specie, la domanda della moglie di corresponsione di un assegno di mantenimento da porsi a carico dell’altro coniuge. La Corte d’Apello adita dalla moglie riformava parzialmente il disposto del giudice di prime cure, determinando in € 300,00 l’assegno di mantenimento che il marito avrebbe dovuto corrispondere alla moglie.

Il marito propone ricorso per cassazione – affidato a due motivi, illustrati con memoria.

Per quanto qui ci interessa, con il primo motivo di ricorso, il ricorrente si duole del fatto che la Corte d’appello, nel determinare  l’assegno di mantenimento, non abbia tenuto conto del fatto che la donna era titolare di adeguati redditi propri, ed abbia fondato la pronuncia esclusivamente sulla mancata produzione delle dichiarazioni dei redditi da parte del marito.

La Corte sostiene che ai fini della determinazione dell’assegno di mantenimento in sede di separazione personale dei coniugi – che, a differenza dello scioglimento o cessazione degli effetti civili del matrimonio, presuppone la permanenza del vincolo coniugale – l’art. 156 c.c., comma 2, debba essere inteso nel senso che il giudice sia tenuto a determinare la misura dell’assegno tenendo conto, non solo dei redditi delle parti, ma anche di altre circostanze non indicate specificatamente, nè determinabili “a priori”, ma da individuarsi in tutti quegli elementi fattuali di ordine economico, o comunque apprezzabili in termini economici, diversi dal reddito ed idonei ad incidere sulle condizioni economiche delle parti, la cui valutazione, peraltro, non richiede necessariamente l’accertamento dei redditi nel loro esatto ammontare, essendo sufficiente un’attendibile ricostruzione delle complessive situazioni patrimoniali e reddituali dei coniugi (Cass., 11/07/2013, n. 17199; Cass., 12/01/2017, n. 605).

In tale prospettiva, nella valutazione comparativa delle situazioni dei coniugi in regime di separazione, al fine non solo del riconoscimento, ma anche della quantificazione dell’assegno di mantenimento, il ricorso del giudice del merito a presunzioni semplici debba ritenersi consentito – nel concorso dei requisiti di cui all’art. 2729 cod. civ. – e non configura, perciò, un’indebita sostituzione dell’iniziativa d’ufficio a quella della parte cui fa carico l’onere della prova, tenuto conto che tale onere può essere assolto anche mediante la prospettazione al giudice medesimo dell’esistenza di elementi presuntivi (Cass., 29/11/1986, n. 7061);

Nel caso di specie, la Corte territoriale ha provveduto ad una corretta comparazione dei redditi delle parti, accertando che la moglie percepiva una somma mensile, certamente inidonea ad assicurarle il mantenimento del tenore di vita goduto in costanza di matrimonio, considerato che solo nell’anno 2012 – nel corso del quale il marito ha proposto ricorso per separazione coniugale – il medesimo ebbe a percepire importi ben superiori.

La Corte d’appello ha, dipoi, accertato – sempre sul piano della comparazione dei redditi dei coniugi – che, mentre il marito è proprietario di una casa di abitazione, la signora possiede solo un terreno agricolo, che il primo, ad onta della dichiarazione da lui effettuata di essere disoccupato e nullatenente, risulta svolgere l’attività di procacciatore di affari, e che il medesimo, in sede di comparizione dei coniugi dinanzi al Presidente del Tribunale, aveva ammesso l’esistenza di redditi in misura maggiore di quella dichiarata;

Ritenuto che nel concorso degli elementi presuntivi suesposti, il giudice di appello avesse, quindi, correttamente valorizzato – al fine di trarne elementi di convincimento ex art. 116 cod. proc. civ. – anche la mancata produzione, da parte dell’appellato, delle dichiarazioni dei redditi aggiornate, il motivo di ricorso – sub specie della violazione di legge – si traduce, per contro, in una domanda di rivalutazione dei fatti operata dal giudice di merito, così da realizzare una surrettizia trasformazione del giudizio di legittimità in un nuovo, non consentito, terzo grado di merito (Cass., 04/04/2017, n. 8758). La censura è pertanto inamissibile.

Alla luce di ciò anche il ricorso è dichiarato inammissibile.

Cassazione civile, sez. VI, 15/02/2018,  n. 3709